E’ il volontariato di Protezione Civile il vero erede della naja

 

Due parole sulla leva militare. Molti di noi la considerano un fatto eterno, quasi connaturato alla natura umana, ma non è assolutamente così. Fu la Francia rivoluzionaria del tardo ‘700 a riprendere questo concetto della Roma repubblicana, che già l’ impero abbandonò in favore dei centurioni professionisti. Un paese estremamente popolato, nel’ Europa dell’ epoca di ben 30 milioni di abitanti, stretto fra nazioni nemiche e monarchiche. Successivamente, come accadde per il sistema metrico, fin dove arrivò Napoleone arrivò la leva. Solo alcuni paese di “common low” come l’ Impero Inglese continuavano a mantenersi un esercito di professionisti. La marina di Sua Maestà, al più, aveva il vizio di entrare nottetempo nei porti e rapire chi passasse di là per imbarcarlo con la forza.

Gli Stati Uniti d’ America, dove è molto forte la prosopopea della difesa della patria, hanno combattuto con la leva fino a tutto il Vietnam quando la grottesca lotteria che abbiamo visto nel film “nato il 4 luglio”, portava a scegliere chi dovesse partire per il fronte sulla base della sola buona o cattiva sorte. Come per la Roma classica se l’ impero fu costruito dalla leva sarà invece il professionista a mantenerne i confini, dalla Prima Guerra del Golfo fino al post 11 Settembre.

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Durante la guerra del Vietnam, dal 1969 al 1972, la selezione per le classi da inviare al fronte fu effettuata tramite lotteria. “The Birthday Lottery” fu trasmessa anche in diretta radio dalla CBS

In Italia, grazie alla riforma Andreatta si abbandonò il sistema misto che, dopo la caduta del Muro di Berlino, pareva la soluzione ideale. Da una parte il desiderio della sinistra di mantenere un esecito di popolo e dall’altra la volontà di dare vita ad un nucleo di professionisti a livello NATO. Questo progetto si infranse sul “check point pasta” il 2 luglio del 1993. L’ attacco dei miliziani del signora della guerra somalo Aidid ha fatto capire alla imbelle opinione pubblica italiana che la musica era cambiata. Il bilancio fu di 3 morti e 60 feriti fra gli italiani ed oltre 60 morti fra i miliziani. Non si doveva più rimanere fermi di fronte alla soglia di Gorizia attendendo una ipotetica invasione da EST ma il futuro sarebbe state le missioni all’estero in chiave internazionale, unico modo bypassare i vincoli dell’ articolo 11 della Costituzione.

Questo è uno dei nodi riguardo la reintroduzione della naja. Possiamo immaginarci una nuova strage di Nassiriya, novembre 2003, in cui ben 19 nostri concittadini persero la vita a seguito di un attentato ordito dalla struttura locale di AlQueda, se fossero stati tutti ragazzi di leva? E’ orribile da dirsi ma un militare professionista è più “spendibile” in termini di opinione pubblica che non il classico marmittone anni ’80.

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La prima pagina del giornale LA STAMPA in occasione dell’ agguato noto come “check point pasta” dal nome del posto di blocco ONU dato in gestione agli italiani.

Molti richiamano l’ impegno dell’ esercito in occasione delle grandi emergenze nazionali a seguito di calamità. Il pensiero va alla alluvione di Firenze del 1966, dove il governo fu messo alla berlina per lo scarso impiego delle forze armate, al terremoto del Friuli dove il prefetto Zamberletti riuscì a spostare il grosso delle truppe dal Veneto, la soglia di Gorizia appunto, ad Avellino, dando vita alla maggiore operazione militare in tempo di pace della Repubblica. Molti evidenizano anche l’esperienza estera, come quella messicana. Nel paese centro americano è in corso una terribie guerra civile fra lo Stato ed i Narcos che vede in prima linea le forze armate. Per chi non è impegnato sul fronte interno di questa guerra civile strisciante la naja messicana significa fare, sostanzialmente, attività di Protezione Civile in uno dei paesi più sismici al mondo.

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3 Novembre 1966. Alluvione di Firenze. Seppur nota per i famosi “angeli del fango” la calamità fiorentina vide ampiamente l’ impiego dell’ esercito. Quasi esclusivamente personale di leva.

Ma in Italia, dove esiste un tessuto sociale e di volontariato che affonda le sue origini addirittura al tredicesimo secolo Dopo Cristo, non ha senso importare esperienze altrui. Dopo la perdita del servizio militare obbligatorio le forze armate si sono contratte nel numero e specializzate nel metodo raggiungendo, se non superando, i livelli dei migliori eserciti occidentali. Le grandi emergenze nazionali hanno visto, dal terremoto Umbria Marche del 1997 al sisma del Centro Italia del 2016 un impiego massiccio e professionale delle grandi associazioni nazionali di Protezione Civile, capaci di mettere in campo decine di migliaia di operatori nei settori dell’assistenza alla popolazione, telecomunicazioni, segreteria, logistica, assistenza psicologica e quant’altro.

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Non è una scena di un film; è il progetto “soldato futuro” che trasforma l’ uomo in un terminale di una rete di informazioni sul campo di battaglia. Composto da tecnologie avanzatissime non può dare il meglio di se con il classico ragazzo di leva che si impegna per un anno prima di congedarsi.

Se la Costituzione Italiana cita “il sacro dovere della difesa della Patria” e la legge sulla obiezione di coscienza declina questo dovere anche tramite il servizio civile viene da se che l’erede naturale sia solamente il volontariato di Protezione Civile. Se l’ idea di un ritorno alla leva obbligatoria nasce dal desiderio di rilanciare l’ azione educativa che questa esperienza, più in una Italia del passato che non in quella attuale, indubitabilmente ebbe oltre che di rendere disponibili più risorse umane per la gestione della “safety” nazionale l’ unica soluzione pratica è quella di instradare questi giovani non già verso le forze armate ma verso il volontariato di Protezione Civile.

Tutto questo ricordando che il centro dell’educazione del giovane è la famiglia, non la scuola, la caserma o l’ associazione.

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Un campo sfollati in occasione del terremoto dell’ Emilia Romagna del 2012.  Preciso ed organizzato è una delle prove della capacità operativa attuale del volontariato