Calcio: sport o spettacolo? I nuovi stadi come punto di arrivo di un percorso lungo 20 anni … mentre i cinesi …

Capita , a chi non è più giovanissimo, di non condividere qualcosa della modernità. Quell’immagine, oramai iconica, dell’anziano che, brandendo un vecchio giornale cartaceo, ti redarguisce con un “brutti giovinastri” e che suona di anni ’10 del novecento una volta ti era lontanissima, mentre adesso la vedi molto più prossima a te.

Lo sport più apprezzato dagli italiani è il calcio, noto negli Stati Uniti come “soccer” ed in Inghilterra come “football”. Strano gioco di parole per una traduzione letterale che suona più o meno come “palla al piede“.

Dapprima era la schedina, con la sua atavica tripletta 12X, le partite alla domenica pomeriggio, gli stranieri limitati, le sostituzioni al minimo storico, il sorteggio nella designazione arbitrale e mille altre cose che oggi hanno un sapore “vintage”.

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Stagione 2010 – 2011 in Serie B. La Triestina non riesce a riempire il proprio modernissimo stadio da 40mila posti dedicato a Nereo Rocco. Per motivi legati alle dirette televisive vengono installati delle gigantografie dei tifosi in modo da rendere più “godibile” la trasmissione televisiva.

Da una parte è nata la insana convinzione ideologica che il gioco del calcio si esaurisca nel gol. Strategia, gesto atletico, senso della posizione sono tutti elementi minori di uno sport che, in offerta al dio spettacolo, ossia la dea televisione, vede la propria sublimazione nella gonfiare la rete alle spalle del portiere avversario. Gianni Brera scriveva che questo era un richiamo ancestrale alla nostra parte animalesca. “Il gol è la violenza ai beni dell’avversario, la moglie  la sorella del nostro nemico vengono da noi così violati”. Ma proprio per questo forse il gol è tanto più valido e pregiato. Un gioiello da custodire nel proprio caveau e da non inflazionare.

Senza andare a scavare nei fossili della storia calcistica, andando a recuperare il passaggio da 2 ad 1 giocatori avversari per il limite del fuorigioco, con annessa la morte dello storico WM (e prima ancora de “il metodo” contro “il sistema”) possiamo parlare di quando si abolì il retropassaggio al portiere. Da allora, 1 luglio 1992, le difese non poterono alleggerire la fatica o la pressione, anche psicologica, del pressing avversario. Nel finale di partita non si poteva più perdere quella manciata di secondi che potevano fare la differenza, magari permettendo ad una piccola di portare a casa quel pareggio contro una grande che valeva la stagione.

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Uno dei primi tentativi di dare vita ad uno “schema” nello sport del calcio. Dalla posizione dei calciatori si parlava di “doppiovùemme”. Noto anche come “Sistema” venne ucciso dalla riduzione da 2 ad 1 di avversari che si devono porro fra il giocatore e la porta avversaria. E’ la prima riforma del fuorigioco. Famoso, negli anni ’90, il tentativo di riesumare questa tecnica da parte di Orrico, all’epoca allenatore dell’Inter.

Ma non finisce qui. Nel 1981 la Football Association deliberò di portare da 2 a 3 punti la vittoria lasciandone 1 per il pareggio. Di fatto il pareggio, unica arma per chi combatteva nelle parti basse della classifica, diventò una mezza sconfitta. Si ridussero al minimo gli 0 – 0 poiché chi era in difficoltà faceva di tutto per arrivare agli agognati 3 punti facendo saltare schemi e marcature. Gli italiani dell’epoca guardavano con il mento alto in segno di superiorità il calcio inglese, dove questa regola fu applicata da subito. Nel 1994 venne applicata anche in Italia.

Continuiamo nella analisi delle pietre miliari della revisione calcistica ai fini della spettacolarizzazione . Con l’uomo lanciato a rete, se falciato, per lui scatta il cartellino rosso. E’ il famoso “fallo da ultimo uomo“, in cui si punisce con l’espulsione come “rimborso” per il quasi sicuro gol (sempre qui andiamo a parare) espellendo il difensore reo di questo reato. E’ palese come questa regola abbia sbilanciato del tutto l’annoso confronto fra attacco e difesa a tutto vantaggio del primo, rendendo anche psicologicamente menomato il difensore che si trova privato di una delle proprie armi. alla fine è preferibile non intervenire sull’attaccante lanciato a rete perché il rischio di rimanere in 10, nel’ economia della partita, può essere peggiore che subire una rete. Pare che questa regola, nel corso del 2017, sarà cancellata in favore del semplice cartellino giallo.

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In questo contesto di esaltazione della parte offensiva e muscolare di questo sport si inserisce la sentenza Bosnam, architrave di quel “calcio moderno” che ha allontanato tanti sportivi e tifosi, come chi scrive, dal gioco della “palla al piede”.  Secondo wikipedia “La cosiddetta sentenza Bosman è la sentenza con la quale il 15 dicembre 1995 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che tutti i calciatori potevano trasferirsi gratuitamente alla fine del loro contratto, nel caso di un trasferimento da un club appartenente a una federazione calcistica dell’Unione Europea a un club appartenente ad un’altra federazione calcistica, sempre dell’Unione Europea”. In sostanza da allora una squadra italiana potrebbe affrontare un team spagnolo con una rosa composta tutta di calciatori spagnoli. L’effetto diretto di questa sentenza è stata l’esplosione dei costi dei calciatori, secondo una progressione continua che oggi vede i top player europei quotati sopra i cento milioni di euro, e l’implosione dei vivai di alcuni paesi, primo fra tutti l’Italia.

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La stampa europea ha ricordato i venti anni dalla sentenza Bosnam studiandone gli effetti in chiave finanziaria e tecnico operativa. Sono esplosi gli ingaggi e le transazioni sui calciatori. Da non sottovalutare anche il peso dei vari manager. Deperiti i vivai ed in crisi le selezioni nazionali. Con costi di questo tipo solo i grandissimi gruppi internazionali possono investire nel calcio europeo. 

Spettacolo. Il calcio non è più sport, ossia l’interpretazione fisica del confronto bellico di una volta, ma un qualcosa finalizzato al business. Un’ edizione moderna di un “panem ed circenses” che l’antica Roma ha insegnato a tutte le epoche successive. Nasce da qui il concetto di televisione a pagamento. Le pay tv, grazie ai loro diritti, acquisiscono in maniera sempre più pervasiva i diritti di immagine delle partite, rendendole un prodotto da palinsesto al pari di un talk show, film o fiction. Ma lo spettatore-tifoso-utente può vedere solo una partita alla volta. Da qui nasce il “campionato spezzatino“, spalmato su tutti i giorni della settimana. Anticipi, posticipi, lunch match, incontro del lunedì sera e le coppe che coprono il martedì, mercoledì e giovedì. Ogni momento è buono per vedere (e pagare) un incontro di calcio. L’effetto? Il totale svuotamento degli stadi, uccidendo il momento collettivo della liturgia calcistica della domenica (o del mercoledì per le coppe).

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Lo stadio di Livorno. Costruito su progetto del 1932 era all’epoca in una zona di aperta campagna. All’inizio il comune si accollò solo le spese di urbanizzazione (compresa la tombatura di un fiume) per poi completare i lavori del 1934. All’inizio dedicato ad Edda Ciano (figlia di Mussolini e moglie di Galeazzo Ciano) fu intitolato nel 1990 al campione livornese degli anni ’50 Armando Picchi.

In questo contesto si inserisce, giocoforza, un nuovo tassello; forse l’ultimo. Oramai gli stadi sono vuoti ed i costi del gioco sono stratosferici che solo la grandi società ed i grandi centri possono affrontare. Ecco per cui nasce, anche da noi in Italia, l’idea di poter salvare tutto il movimento con l’industria per eccellenza dello stivale: l’edilizia. Costruire in giro per il paese delle nuove arene, di proprietà delle società (e non più delle amministrazioni comunali come nella maggior parte dei casi attuali).

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Il progetto sul nuovo stadio della A.S. Roma. Al centro di forte polemiche politiche è voluto fortemente dalla società, a capitale statunitense, e dai tifosi. Attorno alla nuova arena era previsto anche un centro direzionale con 3 grattacieli da 200 metri. Il costo dell’intera area era previsto in 443 milioni di euro per 900mila metri cubi quando il piano regolatore vigente ne ipotizzava 330mila. L’accordo fra le parti è stato trovato a fine febbraio del 2017 con una riduzione a 600mila metri cubi.

Gli stadi di oggi risalgono in gran parte alle campagne di cementificazione del periodo fascista. Grandi opere, come l’attuale stadio della fiorentina in Campo di Marte (un nome che spiega da solo come all’epoca fosse fuori della zona maggiormente urbanizzata), Marassi a Genova od il Picchi di Livorno. In quest’ultimo caso se visitate il bar interno troverete una serie di foto d’epoca che lo mostrano nella più aperta campagna. Oggi quelle cubature sono invece gustose frazioni dei centri storici delle nostre città dove l’appetito della speculazione edilizia si trattiene a malapena. Stesso discorso potrebbe essere fatto per le grandi caserme di epoca ottocentesca o del periodo della guerra fredda. Belle, immense cubature in edifici di grande pregio nel cuore delle nostre città, la cui espulsione verso la periferia otterrebbe il duplice vantaggio di edificare del nuovo in campagna e di riportare nel circuito economico immobiliare luoghi di fatto intonsi.

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Un esempio di stadio di proprietà. Lo Juventus Stadium a Torino. Costato 120 milioni di euro, senza contare i costi delle opere accessorie, pone dei prezzi sensibilmente più elevati che non il precedente Comunale. Al suo interno è presente anche una foresteria ed un museo oltre ad altre attività commerciali che lo rendono meta turistica tutti i giorni della settimana.

Questi riportati sopra sono fatti, non posizioni personali od opinioni. Siamo davvero sicuri che l’Europa possa vivere lo sport con gli stessi criteri nordamericani in cui una famiglia macina svariate decine di chilometri per andare allo stadio, dove passerà tutta la giornata fra gadget, musei, birra, popcorn e costosissimi biglietti di area vip? Siamo davvero sicuri che, in un mondo in cui grandi gruppi asiatici e petrolieri la fanno da padrona, la soluzione ai problemi economici delle società di calcio sia uno stadio di proprietà con una riduzione dei posti a sedere del 40%  rispetto al precedente impianto? Sarà una colata di cemento la soluzione al problema? o forse ha più senso tornare a vedere il calci come uno sport e non come una macchina da soldi da spettacolarizzare il più possibile alla ricerca di un bacino di utenza sempre più vasto ma con sempre meno soldi in tasca?

 

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Il presidente cinese Xi Jinping è un grande appassionato di calcio. Suo il progetto di portare la Cina ad ospitare i mondiali del 2030. Sul modello delle olimpiadi del 2008, saranno un evento che mostrerà al mondo la nuova nazione guida. Le indicazioni di Xi Jiping ordinano ai fondi pubblici cinesi di investire nel calcio europeo. Nel 2016 la serie B cinese ha speso 57 milioni di euro (più di Liga Spagnola o di Bundestliga) mentre la serie A ha investito oltre 340 milioni. In inghilterra il Mancester City è al 13% cinese, WBA per il 88%, Birminghan e Wolverhapton al 100%. In Spagna l’Atletico Madrid al 20%, Espanyol per metà e tutto il Granada. In Francia Sochaux al 100%, Nizza al 80%, Auxerre 60% e Lione per il 20%. 

P.S.

Ma con tanti tentativi e sperimentazioni (per comodità di esposizione abbiamo ignorato l’esperienza della “sudden death” poi velocemente rinominato “”goldel gol” per evitare macabri richiami di scarso appeal commerciale) come mai il completo sorteggio della squadra arbitrale (una volta era solo una terna mentre adesso si muovono in un pulmino a 9 posti) e la moviola in campo non hanno mai trovato uno sponsor nel governo mondiale del calcio?