THE MARTIAN. Matt Damon fra Robinson Crusoe ed il Soldato Ryan

Uscendo dalla proiezione di “The Martian”, importato in Italia con il titolo de “Sopravvissuto”, ho deciso di tentare la stesura di una recensione cinematografica all’interno del mio blog.

L’ultima opera del regista inglese Ridley Scott porta sul grande schermo il best seller, nato prima come ebook, “L’uomo di Marte” dalla penna del romanziere statunitentse Andy Weir.

La storia, senza volere esagerare con i dettagli, racconta l’avventura di un astronauta americano, Mark Watney,interpretato da uno strepitoso Matt Demon, che rimane isolato sul pianeta rosso. Abbandonato dai suoi compagni di viaggio, che lo crederanno morto per gran parte del film, dovrà trovare nelle sue conoscenze scientifiche e nella propria psicologia la forza per affrontare una prova sovrumana.

Dopo una lunghissima permanenza sul pianeta, dove risolverà in modo brillante sia il modo di limitare i morsi della fame che gli effetti di un incidente che quasi lo ucciderà. Immancabile il lieto fine con i suoi compagni che, grazie al provvidenziale aiuto dei cinesi, riescono a salvarlo, espiando il loro peccato originale non senza peripezie spaziali degne di Sandra Bullock in Gravity.

Tenere un video diario. Il modo con cui il protagonista cerca di salvare la propria sanità mentale. Stesso meccanismo del pallone – compagno Wilson di Tom Hanks in Cast Away

Sicuro di non avervi tolto il gusto di vedere quest’ultima “space opera” entro nel cuore della recensione. Chi avesse idea di essere di fronte ad un remake di Robinson Crusoe o del poco celebrato, Mission di Mars, sarà pienamente nel giusto. Con alcune importantissime differenze.

Qui Matt Damon è completamente solo di fronte all’ambiente più inospitale possibile. Egli è “colonizzatore” di un nuovo mondo. Torna, per l’ennesima volta, il richiamo al mito della frontiera, tratto caratteristico della cultura americana. In un mondo globale non vi sono più frontiere e pertanto si deve guardare ancora più lontano, verso lo spazio. Il protagonista non cerca di rimanere in vita per istinto di sopravvivenza, per tornare dall’amata, dalla famiglia o per la gloria. Esso vuole vivere per fare “qualcosa di più grande di se”. L’etica protestante, quasi puritana, trasuda da ogni poro di questa opera monumentale.

La prova attoriale di Damon è ai massimi livelli. Tiene da solo oltre metà del film con la propria fisicità. Sanguina, si ferisce, ha il respiro affannoso, si affatica ed impreca. Perde vistosamente peso oltre alla propria sanità mentale. Seppur accompagnato da i vari inserti di una Terra a noi contemporanea che lo attende e lo aiuta, richiamando alla mente una versione 2.0 del film Apollo 13, il protagonista vale da solo il prezzo del biglietto.

Non poteva mancare l’istituzione, qui incarnata da un ottimo Jeff Daniels e rappresentata dalla NASA. Madre e matrigna si trova schiacciata fra il bisogno di salvare il proprio uomo, i propri finanziamenti dalle forbici del Congresso e dominare una opinione pubblica talmente invadente da leggere senza filtri i messaggi Terra – Marte. L’ossessione se sia giusto rischiare la vita di 5 uomini per salvarne uno solo è un altro fil rouge della cultura americana, da Salvate il Soldato Ryan agli ostaggi americani in Iran di Argo.

Il protagonista conta i giorni sulle pareti della propria stanza. Come un carcerato

Qualcosa però stona. In questo mix interessante di richiami alla filmografia hanno voluto infilare i cinesi. In un ruolo marginale, sicuramente sostituibili da qualunque altro artificio narrativo, ma sopratutto falsi. Impostati e finti come certe immagini di Mao nel film Kundun di Martin Scorsese.

Merita sicuramente una riflessione come in un’ opera prettamente hollywoodiana, seppur di buona fattura come questa, si senta il bisogno di omaggiare il nuovo player mondiale. Con la vecchia Unione Sovietica pre ’89 fu fatto qualcosa del genere nel film catastrofistico anni  ’80 Meteor, dove la salvezza del mondo passava dall’alleanza Russo Americana. Eppure qui c’è ancora qualcosa di diverso. Allo spettatore rimane in bocca l’idea di un “facciamoci entrare i cinesi in qualche modo basta sia, così da piazzare il prodotto anche sul loro immenso mercato”.

Di fronte al nulla il protagonista riflette su cosa significhi essere il primo a scoprire un luogo

Chiudo con una nota, per me, prettamente negativa. Non amo le scene dopo i titolo di coda in generale, ma ancora meno amo quando questo artificio narrativo è un modo per presentare gli attori, sopratutto se passano tutto il tempo a dispensare strette di mano e luminosi sorrisi. E’ il modo giusto per sciupare l’opera. Ve lo immaginate il Soldato Ryan che, dopo il sanguinoso finale del proprio film, vi fosse apparso in borghese sotto l’Empire State Building a stringere mani e firmare autografi ?